Roma, oggi. Sullo sfondo palazzi maestosi, chiese imponenti, rovine bimillenarie e tutto intorno una corte dei miracoli di ambulanti mafiosi, di mendicanti balcanici, di “punk-a-bestia”, di venditori di cuccioli, di guardamacchine abusivi e aggressivi, di zingari che fanno i loro comodi, tra strade e marciapiedi sporchi, rabberciati e pieni di buche, tra muri imbrattati dagli scarabocchiatori, mentre lo smog rende l’aria irrespirabile, il traffico è praticamente paralizzato, i parcheggi una chimera, il frastuono assordante che di notte allieta il divertimentificio a base di birra, cocaina e schiamazzi. Insomma, qualche cosa che assomiglia ben poco alla metropoli del mondo occidentale che ci si pone a modello. Un luogo dove abusi, favoritismi illeciti, assenza di regole, comportamenti vandalici e abulia degli uffici permettono alla prepotenza di regnare incontrastata. Persino dinanzi agli ospedali prosperano, da decenni, il degrado e l’illegalità, come può constatare chiunque si rechi al Policlinico Umberto I.
Il sindaco Walter Veltroni, in un incontro con i rappresentanti delle associazioni aderenti alla Consulta per la vivibilità del Centro Storico tenutosi ai primi di marzo, dopo aver mostrato una certa bonaria indulgenza nei confronti dei cittadini che al suo cospetto osavano mettere in dubbio il buon funzionamento della città, li ha poi altrettanto bonariamente bacchettati. Roma, ha detto in sostanza il Sindaco, è bene amministrata ancorché, come tutti sanno, è una metropoli difficile; la Giunta vi perseguito con successo grandi obiettivi, nel campo delle iniziative culturali a quello del turismo, ma non solo. E qui Veltroni, come ogni bravo politico, ha enumerato una serie di realizzazioni, includendo nella lista anche il completamento di iniziative già intraprese dalla precedente Giunta Rutelli-Tocci; ossia, quasi tutto ciò che di buono e di condivisibile è stato fatto, indubbiamente, negli ultimi anni nella nostra città.
Ma l’acuto è stato il rimbrotto finale: volete notti tranquille? Ma andiamo, ha detto Veltroni, perfino il mio sonno è disturbato da rumori e musica e non posso farci niente. E i tavolini che invadono il centro storico? Ma come? Non vi piace una città con tanti bei ristoranti e caffè con la gente rilassata che sta tranquillamente al sole?
Insomma, l’immagine che Veltroni ha di Roma assomiglia al disegno di un paesaggio nel sussidiario di geografia delle scuole elementari. Un bel fiume con i ponti sui quali passa un bel trenino, il mare con le vele, le città tutte regolari con le case e le chiese, le montagne dalle quali sgorgano le cascate, eccetera.
Tutto esatto, tranne che è una rappresentazione iper-realistica della realtà. Non la realtà.
Noi di Cives sospettiamo che il Sindaco, il cui buon cuore nessuno ormai mette in dubbio, preso com’è dalle sue poliedriche attività non faccia da tempo una passeggiata nella città da lui amministrata, ovviamente senza avvertire nessuno e travestito come il califfo Harun el Rashid per impedire che qualche funzionario zelante faccia pulire l’itinerario prescelto o piazzi opportunamente un vigile all’incrocio altrimenti sempre ingorgato.
Se Veltroni facesse qualche giro in città si accorgerebbe forse che la sua visione è una visione del tutto fantastica. Se scendesse dall’auto blu noterebbe che il traffico è il più caotico, inquinante e assurdo esistente in una città occidentale, che in quasi tutto il centro storico è impossibile sostare un attimo per far scendere un anziano o un bambino o un malato o prelevare un pacco dalla propria auto.
Se desse un’occhiata più attenta a quanto accade nelle strade vedrebbe furgoni che caricano e scaricano merci in seconda o terza fila a ogni ora del giorno, bloccando i mezzi pubblici e privati e sfrecciando nei vicoli con i pericolosi specchietti laterali ad altezza della testa dei pedoni; e potrebbe accorgersi che troppo poco è stato fatto, e male, per eliminare il traffico privato (la stessa gestione della questione dei taxi è stata a dir poco deludente).
Se salisse a bordo di un mezzo dell’Atac si accorgerebbe che a bordo inquietanti presenze fanno fuggire i passeggeri paganti e scandalizzano i turisti sbigottiti da simili scene. Se si aggirasse per le strade noterebbe che a nessun addetto passa per la testa di multare uno di noi romani sporcaccioni (ma a quel punto il buonismo mostrerebbe la corda), che perfino le saracinesche, le vetrine e i mezzi dell’Ama sono ricoperti da scarabocchi quali nessuna altra città al mondo, che ogni esercente usa il suolo pubblico come proprietà privata in barba al più elementare senso di decoro urbano. Vedrebbe, inoltre, mendicanti “di importazione” esibire le proprie deformità mentre si trascinano su skate-boards e con grida gutturali rivolgono le loro implorazioni a turisti attoniti.
Di notte, il Sindaco trarrebbe ulteriori e ben più consistenti spunti per formarsi un’opinione sulle reali condizioni delle città, se solo verificasse quanto avviene in alcune piazze e strade, e se potesse constatare come si svolge la vita delle famiglie che vi abitano.
Forse, dopo una simile traversata nel degrado, e dopo aver compiuto le opportune verifiche, il “Sindaco buono” potrebbe giungere alla conclusione che è necessaria una revisione generale della normativa e delle procedure burocratiche, nonché una bonifica di alcuni uffici capitolini (partendo, ad esempio, da quelli responsabili del controllo dell’inquinamento acustico).
In poche parole, non potrebbe sfuggirgli un certo lassismo (cosa ben diversa da non confondere con la bontà d’animo che a lui Sindaco unanimemente si riconosce), sotto il quale giungerebbe, forse, a scorgere i segni della corruzione e dell’aggressione mafiosa, che tra i propri capisaldi hanno anche taluni locali di somministrazione. In definitiva, prenderebbe coscienza che la qualità della vita nel centro di Roma, come in altre parti della città, è in realtà assai carente.
Purtroppo pare che Veltroni non sia un gran camminatore. Né, d’altra parte, ne ha la necessità. Forte del suo 65 per cento di consensi elettorali può permettersi di non curarsi di quanto accade; col suo atteggiamento sembra voler dire: “dopo di me il diluvio”, tanto più che il futuro potrebbe anche avere le sembianze di un sindaco post-fascista.
A ben vedere, la vera forza del nostro Sindaco (e formidabile risorsa politica, in fondo, di chiunque si cimenti a governare Roma) è nell’infinita capacità di sopportazione dei nostri concittadini, nella loro rassegnata indifferenza, a cui fa da sponda un’opposizione politica insipiente ed inaffidabile. In 13 anni di amministrazione del Centro-sinistra, la Destra non ha presentato un – dicasi uno – progetto per la città in minima misura rispondente alle necessità della vita di tutti i giorni. Si tratta, inoltre, di un’opposizione che ha i suoi antenati da nascondere (non si dimentica che è vergogna storica della destra Dc, allora collusa con il Msi, se il centro di Roma è soffocato da una periferia-casbah costruita per favorire la speculazione sulle aree fabbricabili); essa può permettersi, al più, di protestare perché la Giunta paga troppo i suoi consulenti (forse perché vorrebbe foraggiare i propri, i quali, l’esperienza insegna, sono anche più ingordi).
Mentre il Sindaco si volge forse a nuovi e più impegnativi compiti di rilievo nazionale, che cosa potranno attendersi i cittadini con riguardo alla soluzione di problemi strutturali ed endemici, uguali a se stessi da decenni? Nulla, finché le decisioni sulla città, con buona pace dei richiami alla partecipazione, avranno perno prevalentemente negli interessi delle due lobbies storiche (i costruttori e i commercianti) e di quattro corporazioni paralizzanti (i tassisti, i conducenti dell’Atac, i netturbini e i vigili urbani), le cui prepotenze, da un lato, ed inefficienze dall’altro nessun amministratore avrà la forza né la voglia di limitare.
D’altra parte, finché la gran parte dei cittadini si contenterà del “panem et circenses” di questi anni e non avrà la capacità di pretendere standard di legalità e di qualità della vita degni di una città europea, qualunque Sindaco (anche meno buono di Veltroni) potrà dormire sonni tranquilli.
(maggio 2007)
Per una volta siamo solidali con Walter Veltroni. I fatti sono questi: il 23 dicembre scorso, alla Stazione Termini, presenti il cardinale Ruini e il segretario di stato vaticano monsignor Bertone, il sindaco di Roma aveva inaugurato due stele che intitolavano la stazione a papa Giovanni Paolo II.
L’iniziativa non aveva avuto molto risalto sulla stampa, ma aveva suscitato le proteste della Rosa nel pugno, di Liberazione e di alcune associazioni che, preoccupate per la laicità delle ferrovie, hanno inondato il comune di e-mail di protesta, insinuando tra l’altro che Veltroni avesse approfittato del concomitante sciopero dei giornalisti per inaugurare le stele senza dare nell’occhio.
A questo punto il sindaco ha sentito il bisogno di chiarire meglio il senso dell’iniziativa: non di intitolazione della stazione si è trattato (nonostante la scritta “Stazione Termini-Giovanni Paolo II” fosse ben visibile sulle stele) bensì di una dedica – una valentina, pare di capire – in “un luogo adatto a ricordare il papa del viaggio e dell’incontro, del dialogo e della pace”. Dopo la rettifica però si è arrabbiato l’Osservatore romano, che ieri ha dedicato al sindaco uno sferzante commento: “Fra dedica e intitolazione abbiamo assistito a un inedito capolavoro di ibrido politico: la detitolazione”.
Siamo solidali con il sindaco, come abbiamo detto, e quindi non infieriremo su quell’“ibrido politico” che l’Osservatore rileva, e che è un po’ la cifra politica di Veltroni. Siamo solidali perché da bambini siamo stati nelle giovani marmotte, e quindi conosciamo bene quella sensazione di stizza e frustrazione che coglie chi ha fatto una buona azione e viene criticato proprio dal beneficiario. Con l’aggravante, per Veltroni, di non essere riuscito, per la prima volta nella vita, ad essere al contempo laico e cattolico, progressista e moderato, comunista e anticomunista, tondo e quadrato, vegetale e animale. Insomma, semplicemente Walter. Siamo solidali, infine, perché peggio delle accuse false ci sono solo le accuse false e spudorate, e sostenere che Veltroni abbia inaugurato un monumento – un qualunque monumento – tenendo intenzionalmente lontani taccuini e telecamere, ecco, sostenere la tesi di un simile pudore veltroniano dinanzi a fotografi e telecamere è come sostenere che Pamela Anderson, scegliendo i propri abiti, si preoccupi solo di nascondere le tette
Paolo Luti - Fonte:
www.leftwing.it
(gennaio 2007)
La vita quotidiana a Roma nell'era Veltroni
I residenti del centro storico di Roma sono circa 120 mila ma erano oltre 400 mila a metà del secolo scorso. Poi, la terziarizzazione di molti rioni e il vertiginoso aumento dei fitti con conseguente espulsione di moltissime famiglie poco abbienti e della maggior parte degli artigiani, hanno favorito una trasformazione che oggi ha raggiunto il suo ultimo stadio: al posto di una armoniosa vita cittadina si hanno la congestione continua, l’inquinamento atmosferico e acustico, la distesa di tavolini, gli abusi di ogni tipo perpetrati dagli esercenti della somministrazione: tutto ciò all’insegna di una concezione di questa parte della Città come “divertimentificio” notturno.
Le proteste dei residenti che ancora vi resistono non si scontrano soltanto con le norme inadeguate, con la negligenza di chi dovrebbe farle comunque applicare e con la corruttela diffusa, ma anche, e soprattutto, con la volontà politica (esistente in settori sia della maggioranza che dell’opposizione all’interno del Consiglio comunale) di favorire le condizioni per la definitiva espulsione degli abitanti dalla parte più antica e caratteristica della città, affinché questa possa diventare una specie di scenario posticcio, costituito da facciate e da scorci pittoreschi buoni per le foto dei turisti, ma dietro i quali si celi il vuoto. Unico interesse è che in quelle strade vi sia spazio per lo “struscio” tra i negozi - spesso di mediocre qualità - dei visitatori “mordi e fuggi” di giorno, e per il fracasso di notte, prodotto dagli avventori dei locali; non importa che di questo quadrante cittadino sia, sempre più, tessuto connettivo la distesa di tavolini (autorizzati e non) e il traffico ingovernato.
Nelle ultime settimane si è avuto un segno ulteriore di questa involuzione: la progettata chiusura di un poliambulatorio della Asl Roma A, che costringerà i residenti (si pensi agli anziani) a complicate odissee attraverso la città, e quella di due ospedali storici: il Regina Margherita in Trastevere e il San Giacomo nel Campo Marzio. Si dirà che si tratta di complessi arcaici che andrebbero ristrutturati, ma è ben possibile che dietro queste operazioni, apparentemente giustificabili, si nascondano manovre speculative, e perfino l’intento – inconfessabile ma non per questo meno riconoscibile - di rendere difficile la vita a chi abita in questi Rioni.
Vivere nel centro storico rappresenta, agli occhi di buona parte dei decisori politici, null’altro che un privilegio, da mitigare o ridimensionare mediante iniziative (od omissioni) in qualche modo punitive almeno negli effetti: ciò nel presupposto che i residenti siano radical chic poco affidabili, oppure anziani poveri il cui consenso conta poco. Nell’uno e nell’altro caso i residenti del Centro sono visti come rompiscatole non utilizzabili a fini elettorali, né finanziari (ben altra forza hanno le lobbies che storicamente detengono il potere nella città) né per l’organizzazione del consenso politico, a differenza di corporazioni pronte a prevaricare le esigenze dei cittadini (quella dei tassisti è l’ultima ad aver occupato la ribalta).
Il sindaco Veltroni, assai sensibile all’enfasi assegnata dai media alla sua immagine (perseguita mediante iniziative tanto meritorie e condivisibili, quanto distanti dalla soluzione dei problemi quotidiani della Città: si pensi ai cortei con le fiaccole per i bambini di Beslan, al sostegno alle due Simone affacciate in Campidoglio, all’adunata dei Nobel, alle carezze agli orfanelli africani, alla festa del Cinema, ecc.), è altrettanto disinteressato alle necessità della qualità della vita, soprattutto se si tratta di quella di gruppi minoritari. Forte della legittimazione fornita dai voti di oltre il sessanta per cento dei romani, può fare - e soprattutto non fare - ciò che vuole, grazie anche a una opposizione impresentabile, che in tredici anni ha dimostrato di non avere alcuna capacità
di concepire un modello alternativo per la vivibilità di Roma, limitandosi a catoneggiare su presunte consulenze d’oro soltanto perché, probabilmente, a beneficiarne non era la propria clientela.
Che cosa si può fare, dunque? Forse ben poco, se non lasciare a futura memoria le attestazioni di civica indignazione nei confronti di quanti stanno alterando irrimediabilmente la natura stessa del più importante, prezioso e antico centro storico del mondo, testimonianza di venticinque secoli di storia. Perché di questo si sta parlando: senza tacere dei diritti delle persone che vi abitano, vilipesi ogni giorno (e ogni notte) dalla sguaiatezza dilagante di una pretesa “vitalità” cittadina.
I residenti (e CIVES al loro fianco) lottano ormai neppure più per se stessi, ma per un bene che i decisori politici e i loro antagonisti hanno del tutto dimenticato. Ciò è emerso chiaramente in occasione di una recente ed affollata assemblea di cittadini, alla quale hanno partecipato, senza però che ne venisse purtroppo alcun contributo convincente, il presidente del 1° Municipio, Lobefaro, dell’assessore al Commercio della Regione, De Angelis, del presidente della Commissione Commercio del Comune, Giulioli, e dell’assessore al Commercio del 1° Municipio, Caliste.
Segno dei tempi, se si vuole, è anche la vicenda capitata ad una persona come l’ex Sovrintendente Adriano La Regina. Messo in campo da un partito di governo alle ultime elezioni amministrative, egli è stato poi prontamente accantonato, mentre al suo posto sono stati eletti personaggi con i quali non si avrebbe neppure la voglia di prendere un caffè; per essere poi giudicato “inadeguato” a vigilare sul Parco dell’Appia Antica da chi, avendo in passato ricoperto l’incarico di assessore comunale, ne aveva elegantemente preso le distanze dicendo che a differenza dal rigoroso Sovrintendente non era, lui, un “poeta”.
In effetti, di questo non s'avevano dubbi. Ma se
la gestione corretta e rispettosa dei beni culturali (che
preservando delicati equilibri fa anche da argine ai fenomeni
involutivi di cui risente la vita dei residenti) fosse da
considerare alla stregua di attività poetica, verrebbe naturale
dire che, almeno in questo campo, i poeti possono avere aderenza
alle cose assai più di molti amministratori.
(gennaio 2007)
CIVES: Torna a "In Evidenza"
Per la tutela della città storica e dei residenti
Dicembre 2006
Rivolgiamo un pressante appello al sindaco di Roma, al presidente della Provincia, al presidente della Regione Lazio, agli assessori al commercio e all’urbanistica, comunale e regionale, affinché affrontino adeguatamente i problemi spinosi che stanno emergendo, sempre più allarmanti e numerosi, nei quartieri centrali e ormai anche in quelli semi-centrali della città storica. La quale è diventata sempre più luogo di attrazione di massa per lavori di tipo terziario di giorno e divertimentificio di notte. Con un calo di residenti allarmante per effetto di questi fenomeni, delle cartolarizzazioni, degli sfratti diffusi, del caro-casa, dell’allontanamento di servizi essenziali quali i presidi sanitari..
Agli annosi problemi del traffico caotico e dell’invasione selvaggia di auto e moto si stanno aggiungendo altri motivi di pesante degrado. Anzitutto la moltiplicazione continua di locali di ristorazione e di mescita i quali:
a) occupano con arroganza il suolo di tutti ostruendo intere strade, piazze, slarghi;
b) diffondono nel mondo con arredi invadenti e volgari un’idea sempre più mediocre di Roma;
c) di notte producono, fino all’alba, caos e fracasso; d) di giorno attraggono, anche nei vicoli e praticamente senza orari, camion e camioncini per il trasporto di bevande, cibi, surgelati, ecc.;
e) determinano l’afflusso in centro di elementi violenti, creano le condizioni per un diffuso mercato della droga in locali effimeri e sospetti.
Tutto ciò non può corrispondere all’idea di Roma che, anche in termini di turismo culturale di massa, hanno gli amministratori della città e della regione. Fra l’altro, i fenomeni descritti allontanano già dal centro storico il turismo più qualificato, quello che soggiorna più a lungo, privilegiando un turismo di massa mordi-e-fuggi.
A fronte di tutto ciò, l’attività di controllo, di accertamento degli abusi e degli abusivi, di repressione dei reati ci appare francamente assai debole, con una sottovalutazione dei rischi degenerativi, che risulta già ora pericolosissima per il tessuto sociale della città.
Inoltre, con le leggi Bersani del 1998 e del 2006 – che non distinguono fra quartieri nuovi e città antiche, liberalizzando indiscriminatamente – la spinta alla moltiplicazione dei locali pubblici ha ricevuto una forte accelerazione. Che diverrà ancor più potente e distruttiva se non verranno riviste, per le città storiche, norme nazionali e regionali (queste ultime approvate negli scorsi giorni) le quali consentono aperture indiscriminate riunendo in una sola licenza tutte le attività, diurne e notturne, di ristorazione, mescita, pub e bar. Anche i forni, liberalizzati, potranno vendere pizza nelle ore notturne.
Chiediamo alle istituzioni cittadine e regionali un confronto permanente che, avviata un’amplia riflessione sulle funzioni reali di Roma oggi e sulle scelte culturali ed economiche più adeguate, porti ad una politica seria di riscrittura delle norme regionali, di revisione delle licenze con la chiusura immediata dei locali abusivi o irregolari, di vigilanza (oggi inesistente) su orari e modalità di svolgimento di tali attività.
Roma non può, non deve decadere ancora, non può essere al centro una Disneyland di basso livello e in periferia un gigantesco dormitorio.
Ghaia Pallottino
Carla Ravaioli
Bernardo Rossi Doria
Vittorio Emiliani
Desideria Pasolini dall’Onda
Pietro Rescigno
Adele Nicoletti
Carlo Blasi
Franco Ceschi
Bruno Toscano
Carla Bodo
Andrea Saraceno
Piero Bevilacqua
Irene Berlingò
Giovanna Ricoveri
Costanza Pera
Enzo Scandurra
Vezio De Lucia
Fulco Pratesi
Arturo Osio
Tommaso Giuralongo
Teresa Cannarozzo
Grazia Francescato
Nino Caruso
Orietta Rasile
Pierluigi Cervellati
Maurieio Moretti
Mariella Profita
Luigi Scano
Edoardo Salzano
Mario Ghio
Vittoria Calzolari
Paolo Berdini
Caterina Marrone
Elisabetta Pallottino
Anna Coliva
Maria Letizia Tavella
Athena Lorizio
Vincenzo Cerulli Irelli
Carla Sepe
Gigliola Zecchi Balzamo
Alessia Rovelli
Maria Teresa Anelli
Renato De Luca
Guido Calabresi
Urbano Barberini
Viviana Broglio
Cristiana Croff
Davide Croff
Montse Manzella
Beatrice Medi
Giovanni Iacovoni
Livia Furlotti Magrone
Giandomenico Magrone
Valerio Magrelli
Braccio Oddi Baglioni
Carmen Mascia
Giovanni Carbonara
Vittorio Ripa di Meana
Luigi Ferrari Bravo
Letizia Bucci Casari
Beatrice Rangoni Machiavelli
Adriano Rocchetti
Sigieri Diaz
Angelo Bucarelli
Chiara Medioli Fedrigoni
Enrico Cartoni
Chiara Puri Purini
Moira Anastagi
Carlo Fianchetti
Costanza Bufalini
Anne Lippens
Marion Fianchetti
Gabriele Panizzi
Giacomo e Serena Attolico
Nicola Attolico
Giorgio e Nice Guglielmi
Lucia e Fabio Borrelli
aderiscono inoltre, a nome dei cittadini e delle associazioni civiche che ne fanno parte:
Associazione CIVES
Consulta per la vivibilità del centro storico
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Nasce la Consulta delle Associazioni Civiche per il Centro Storico
Le Associazioni civiche attive nel 1° Municipio del Comune di Roma, già
promotrici di una "petizione per la vivibilità del Centro storico" che nei
mesi scorsi ha raccolto migliaia di firme, hanno deciso di coordinare il
loro impegno e di sottoscrivere un patto di collaborazione.
L'iniziativa, messa a punto nel corso di una serie di incontri tra i
rappresentanti delle associazioni civiche romane, è nata dalla comune
consapevolezza che la qualità della vita del Centro storico è gravata
sempre più dalle difficoltà e dai disagi sperimentati ogni giorno da tutti
i cittadini, sia che vivano e lavorino nel Centro storico, sia che ne
fruiscano per qualsiasi altra ragione: traffico caotico, concentrazione
abnorme di esercizi commerciali (in particolare quelli di somministrazione
e d'intrattenimento), occupazioni di suolo pubblico abusive e invadenti,
diffusa illegalità, normative inadeguate ed inapplicate, livelli acuti di
inquinamento atmosferico ed acustico.
Occorre, pertanto, promuovere iniziative affinché il Centro di Roma, unico
al mondo, sia più incisivamente salvaguardato dal degrado e da una
incontrollata invadenza mercantile, e affinché l'utilizzazione dei suoi
spazi - che appartengono a tutti - non si svolga a detrimento dei diritti
fondamentali delle persone.
Ad animare la Consulta è un'idea della Città non come museo chiuso in se
stesso, bensì come spazio vivibile e fruibile da chiunque, e che richiede
però di essere oggi difeso dai fenomeni involutivi che rischiano di
minarne i fragili equilibri.
E' con tale convinzione che la Consulta intende scambiare esperienze tra i
suoi partecipanti, concertare azioni comuni e interloquire in modo più
efficace ed unitario con le Amministrazioni locali e con gli altri
soggetti interessati.
Essa, in particolare, si propone i seguenti obiettivi:
- affermare l'idea di una città policentrica, conseguente al decentramento
di funzioni, di servizi e di poli di attrazione, e servita da una mobilità
adeguata che pur mantenendo il Centro storico aperto, accogliente e
vivibile, lo escluda dagli attuali flussi del traffico di attraversamento;
- l'abbattimento dei livelli di inquinamento atmosferico e acustico;
- l'adozione di misure a tutela della residenzialità e dei piccoli
esercizi commerciali, che assieme costituiscono una delle condizioni
fondamentali affinché il Centro storico di Roma si mantenga vivo e vitale,
e fruibile da tutti;
- la trasparenza delle decisioni pubbliche: da perseguire, in particolare,
attraverso il coinvolgimento delle associazioni civiche nella loro
elaborazione ed il superamento dell'attuale frammentazione e
sovrapposizione di competenze, perseguibile mediante la predisposizione di
interlocutori e di strumenti idonei a consentire una effettiva
partecipazione dei residenti alle decisioni amministrative più
direttamente destinate ad incidere sulla qualità della loro vita.
Il patto alla base della Consulta, ed unica regola che essa si è data, è
la condivisione dei contenuti e delle modalità delle iniziative che
adotterà in vista dei comuni obiettivi, ferma restando la specificità e
l'autonomia di ciascun soggetto partecipante.
Al momento di costituirsi la Consulta ha individuato i temi su cui è
richiesto il suo impegno prioritario:
Mobilità
E' necessario disporre la proroga della chiusura notturna della "zona a
traffico limitato" (ZTL), sperimentata con ottimi risultati nel Centro
storico da giugno a settembre 2005. Deve giungersi, nel contempo, ad una
armonizzazione delle "zone" finora istituite (Centro storico, Trastevere,
San Lorenzo) e ad un omogeneo prolungamento dei relativi orari.
E' però necessaria la contestuale adozione di provvedimenti di limitazione
del traffico nei Rioni limitrofi a quelli protetti, poiché anche essi
fanno parte integrante del Centro storico.
Appare evidente, infatti, che provvedimenti pur positivi come la ZTL
rischierebbero di avere limitata incidenza sul traffico metropolitano
(nonché ricadute negative sui quartieri contigui) se restassero interventi
isolati da un contesto strategico-programmatico. Il progressivo
decongestionamento del Centro storico - fino alla sua chiusura al traffico
di attraversamento - deve perciò essere perseguito nel quadro di un
disegno più ampio, i cui aspetti qualificanti sono da individuare nel
decentramento di funzioni, dei servizi e dei poli di attrazione; nel
potenziamento del trasporto pubblico non inquinante; nella creazione dei
parcheggi di scambio; nella adozione di efficaci misure di controllo e di
limitazione del traffico (anche diverse dalla "ztl") nella cintura più
esterna del Centro storico.
Commercio
La crescita e la trasformazione delle attività commerciali senza effettivi
controlli, la diffusa illegalità e, talvolta, l'introduzione di normative
rivelatesi inadeguate se non addirittura dannose, hanno fatto del
commercio a Roma una delle materie più controverse per il governo della
Città.
Queste, a parere della Consulta, le principali iniziative che dovrebbero
essere adottate in questo ambito dagli Enti locali.
Da parte del Comune, dovrebbe essere modificata la deliberazione del
Consiglio Comunale 187/2003 (in materia di tutela e riqualificazione del
commercio e dell'artigianato nella città storica): ciò, ad esempio, al
fine di escludere dalle attività tutelate (art. 6) le pizzerie al taglio,
anche se in forma artigianale, che altrimenti possono aprire anche al
posto delle attività tutelate; di rivedere e chiarire le tipologie
commerciali consentite nella Città storica (all'art. 10), in modo da
individuare e tutelare le attività di effettiva natura artigianale.
Sempre da parte del Comune dovrebbe essere finalmente approvato (con
deliberazione di Giunta) il "Piano di Massima Occupabilità" per le piazze
tutelate previste dalla Deliberazione del Consiglio Comunale 104/2003 e
predisposto dall'Ufficio Città Storica. La situazione di degrado delle
piazze più belle di Roma è, infatti, assolutamente intollerabile; e non
più tollerabili, in molti casi, sono le conseguenze della concentrazione
di tavolini sulla qualità della vita dei residenti.
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Invettive e Silenzi dal Campidoglio
Proprio mentre il Comune di Roma si cimenta
nell'applicazione di alcune misure dirette a riequilibrare situazioni
ormai fuori controllo, ecco che il consigliere comunale Luca Nitiffi torna
ancora una volta sull'argomento a lui assai caro delle "notti romane",
stavolta con due obiettivi: reclamare una proroga generalizzata degli
orari di chiusura dei locali d'intrattenimento, ai quali si è cercato di
porre qualche limite; scongiurare la proroga - oltre il 17 settembre -
della "ztl" (zona a traffico limitato) introdotta per l'estate in una
parte del Centro storico.
Si commenta da sé la leggerezza, peraltro sperimentata in altre occasioni,
con cui il consigliere Nitiffi affronta certi argomenti: senza curarsi
della compatibilità della "restaurazione" da lui invocata con l'intento
perseguito dal Comune di evitare le "notti in bianco" ad un'ampia fascia
della popolazione; senza chiedersi se una simile presa di posizione sia
utile unicamente ad inasprire rapporti sociali che faticosamente si stanno
cercando di mantenere in armonia, nel rispetto e nell'interesse di tutti.
E' appena il caso di dire che qualora proposte come quelle appena riferite
- dirette sostanzialmente ad azzerare quel poco che finora si è fatto per
ripristinare condizioni elementari di vivibilità in molte zone del Centro
storico -, dovessero trovare accoglienza da parte della Giunta comunale, i
residenti e le associazioni civiche non potrebbero che trarne le
conseguenze in ordine alla praticabilità di un qualsiasi dialogo con gli
Amministratori capitolini.
Ma è un altro aspetto, ormai, a colpire l'attenzione: un aspetto che
attiene ai modi e ai toni con cui, da qualche tempo, va svolgendosi una
discussione che riguarda la disciplina del commercio e del traffico e che
tuttavia investe, più in profondità, i diritti delle persone, la
sostenibilità ambientale, la stessa fisionomia della Città negli anni a
venire. Parrebbe lecito attendersi che una riflessione di tale importanza
venga pubblicamente condotta in altra e più adeguata maniera. Ed è da
questo angolo visuale che il caso Nitiffi, non nuovo ad uscite
provocatorie e dirette a turbare equilibri già precari, meriterebbe di
essere preso in esame non dai residenti (ai quali, in fondo, non interessa
sterilmente polemizzare), ma dagli stessi esponenti politici, che
dovrebbero preoccuparsene tanto più se compagni di partito o colleghi di
maggioranza.
E' infatti ora di domandarsi quali siano le premesse "ideologiche" di
dichiarazioni come quelle rese da Nitiffi e dai suoi epigoni; quali ne
siano i motivi ispiratori e i reali obiettivi.
La nostra opinione è che affermazioni e richieste come quelle che si
sentono fare dai sedicenti sostenitori della nightlife romana non
potrebbero essere formulate se non muovendo da precisi presupposti: i
quali però, per pudore o per disonestà intellettuale, non vengono mai
apertamente o fino in fondo esplicitati e rivendicati. E' però sufficiente
soffermarsi sul Nitiffi-pensiero, provare a tradurlo "in chiaro" e a
condurlo alle sue logiche conseguenze, ed ecco che quelle premesse
affiorano, intrise di faziosità e di brutali semplificazioni che
certamente non si addicono a chi eserciti cariche politiche di indubbio
rilievo per gli indirizzi della Giunta (quale la presidenza della
commissione per Roma Capitale).
Le cose che dice Nitiffi, innanzitutto, non potrebbero esser dette se non
negando l'esistenza, in ampie zone del Centro storico (ma anche ad Ostia
ed altrove), dei fenomeni incompatibili con l'ordinaria qualità della vita
(se non con la salute) dei residenti che vi vengono invece osservati
costantemente, e per arginare i quali sono stati recentemente adottati
(blandi) provvedimenti di salvaguardia (essenzialmente, la limitazione
degli orari e la parziale "ztl"). E per seguire ancora il ragionamento di
Nitiffi, i residenti medesimi, che da tempo si sono attivati per ottenere
misure di tutela, non potrebbero essere diversamente considerati se non
alla stregua di visionari o di nevrotici; e assieme a loro quanti, nella
Giunta comunale, hanno prestato ad essi ascolto. Memorabili, a questo
riguardo, sono state sue dichiarazioni meno recenti, animosamente
contrarie ad una misura ragionevole, ossia il potenziamento dei mezzi
pubblici durante le ore di attivazione della "ztl", e favorevoli - seppure
provocatoriamente - ad addebitarne le spese ai residenti sgravando
l'incauto Campidoglio che le aveva sostenute. Nella foga di rintuzzare
quel che avvertiva come un colpo alla sua linea il consigliere non si
avvide di aver sfiorato, per una volta, un argomento serio: quello dei
costi per la collettività prodotti da determinate attività economiche. Un
argomento che, se fosse affrontato rigorosamente, porterebbe a conclusioni
opposte a quelle caldeggiate da Nitiffi, tanti e tali sono i costi e le
"esternalità negative" che vengono fatti gravare sulla cittadinanza a
causa degli abusi di una ampia platea di esercenti e attraverso l'impunità
ad essi sostanzialmente garantita.
Ancor più grave, e radicato sul piano dell'arretratezza civile, sarebbe
l'altro possibile presupposto di affermazioni come quelle in discorso: il
convincimento che le esigenze del tempo libero e del "divertimento" non
possano subire compressioni di sorta e debbano potersi esplicarsi
liberamente sempre e comunque, quali che siano i loro effetti. E'
probabile che le concezioni del Nitiffi derivino proprio da questa
"filosofia", che si alimenta della riluttanza ad accettare le regole della
civile convivenza quando queste siano ritenute d'impaccio per i propri
comodi od interessi. Ne sono indice la sistematica "rimozione", nelle sue
dichiarazioni, della realtà rappresentata da fenomeni di degrado noti da
anni, e la sua chiara insofferenza ed ostilità verso chi se ne lamenta e
chiede tutela.
Cosa spinga il consigliere ad assumere posizioni così ostili verso le
istanze di tutela dei residenti, non sapremmo dire: possiamo qui limitarci
a fare delle ipotesi.
Scartiamo subito quella della rivendicazione "libertaria" e
"antiproibizionista" dei diritti delle persone all'aggregazione, al
divertimento ecc. Questa sarebbe solamente la foglia di fico messa a
coprire i soliti interessi: in linea di principio pienamente legittimi
(ove non si tratti di investire i proventi di attività criminali o di
eludere il fisco), ma divenuti in molti casi incompatibili con le normali
esigenze di vita a causa principalmente delle sguaiate modalità con cui a
Roma vengono perseguiti da una parte numerosa di esercenti. Quindi non
potrebbe concedersi al Nitiffi di agire sulla base di un movente
"nobilitante" come quello della difesa di determinati diritti, considerata
anche l'assoluta inconsapevolezza che le sue dichiarazioni mostrano dei
logici corollari di una siffatta impostazione "culturale" (primo fra
tutti, il bilanciamento con altri, e di certo non meno fondamentali,
diritti).
Scendiamo su un piano più prosaico. Potendo forse contare su un bacino
elettorale costituito principalmente o significativamente dall'ambiente
discotecaro e delle birrerie, il Nitiffi s'incarica (in nome proprio o per
conto terzi?) di fare la "faccia cattiva" verso i residenti per vellicare
i sentimenti retrivi di una parte influente degli esercenti. In questo
modo il ringhio del Nitiffi, ripetuto ciclicamente, avrebbe la funzione di
rassicurare i suoi referenti che c'è qualcuno a difenderli (anche contro
l'evidenza dei fatti e perfino contro il mutare della stessa sensibilità
sociale verso gli aspetti della qualità della vita), oltre a quella di
rassicurare se stesso circa l'utilità del proprio ruolo e i futuri meriti
che potranno essergli riconosciuti.
Si aggiunga che, ad onor del vero, di questo comportamento il Nostro non
detiene l'esclusiva; altri hanno calcato lo stesso terreno e fatto
carriera. Ed è questo, forse, un buon motivo per darci dentro con maggior
lena cercando di spararle grosse e di conquistare i titoli delle cronache
locali, peraltro assai pronte ad affrontare certe questioni in salsa
folkloristica.
Se questa, come è da temere, fosse l'interpretazione più verosimile del
comportamento di Nitiffi, ne verrebbe in tal caso confermata quella
sgradevole sensazione che egli riesce a suscitare ogni volta che prende
posizione su questi temi. Nelle sue iniziative - peraltro mai divulgate
come proposte ma sempre come ultimatum o come appelli alla sollevazione -
è infatti avvertibile un intento prevaricatore, un desiderio di
affermazione a detrimento di diritti (e perfino di situazioni esistenziali
o di stili di vita) il cui deperimento evidentemente non ha, a suo parere,
alcuna rilevanza.
Il suo celebre invito rivolto ai residenti del Centro storico di Roma di
"andare all'Olgiata", formulato mesi addietro nel solco infelicemente
tracciato da un suo più autorevole predecessore in Campidoglio, sta lì a
dimostrare (oltre allo zelo profuso nella difesa di posizioni sempre meno
difendibili) tutta la sua sensibilità politica verso i temi della qualità
della vita e dell'armoniosa convivenza nella nostra Città. Toccherà prima
o poi andarla a visitare quest'Olgiata, per capire quale modello sociale e
quale concezione della cittadinanza frullino in testa a Nitiffi; magari si
programmerà una gita in un giorno di primavera. Ma che Nitiffi manchi
grossolanamente il suo bersaglio basterebbe a dimostrarlo il fatto che le
situazioni di degrado riguardano non solamente la parte più interna del
Centro storico, solitamente (e assai sbrigativamente) identificata con i
ceti più abbienti, ma anche - e sempre di più - i Rioni di connotazione
più popolare (Testaccio, San Lorenzo, Ostiense, ecc.).
Eppure Nitiffi non va demonizzato. In fondo, forse proprio per questo suo
atteggiamento scapigliato, per questa sua difesa ad oltranza del bon
vivant notturno di cui non vanno turbate gaiezza e spensieratezza (chi non
ricorda, e forse gli invidia, il sostegno ricevuto in una manifestazione
di protesta da lui organizzata da Manuela Arcuri?), per questa sua
ostinazione in una battaglia culturalmente di retroguardia (ma, si sa
bene, pienamente compresa nel mainstream se si guarda agli interessi
economici prevalenti in Città), il Nitiffi merita anche la nostra
simpatia. Certi suoi toni un po' sopra le righe appaiono perfino
preferibili alla cautela e all'incoerenza un po' furbesca dimostrata da
esponenti e gruppi politici della sua stessa maggioranza, pronti a dare
sostegno alla "Ztl" in alcune zone della Città e ad opporsi a misure
analoghe quando vengono proposte per altri quartieri e in presenza degli
stessi fenomeni e delle stesse esigenze.
A lasciare perplessi, semmai, è la copertura che viene tacitamente e di
fatto assicurata a queste "sparate" dal Sindaco, silente benché ogni volta
chiamato inevitabilmente in causa in virtù non soltanto delle Sue
responsabilità, ma anche della delega di competenze personalmente
conferita proprio a Nitiffi. L'impressione è che, su questioni dotate di
una carica sempre più dirompente per gli equilibri della convivenza in
Città, si preferisca lasciar decantare anziché fare immediata chiarezza
quando vengono poste, e calare dall'alto del colle Capitolino un
accomodante silenzio lì dove sarebbe invece da attendersi la rettifica o
la corretta esplicitazione di dichiarazioni come quelle in discorso,
suscettibili di impegnare le politiche della Giunta e di connotarne
l'attività agli occhi dei cittadini.
E' difficile ritenere che la riflessione pubblica su temi di tale rilievo
possa far progressi, se deve ridursi agli sproloqui di un consigliere
comunale e agli indecifrabili silenzi del Sindaco.
(settembre 2005)
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La Questione degli Estimi Catastali
Luglio 2005 - E' apparso sulla cronaca romana del "Corriere della
Sera " un articolo di Eraldo Affinati sull'argomento degli estimi
catastali delle case del Centro storico, di cui il Comune ha annunciato
l'aggiornamento.
Dice l'Affinati che la non adeguatezza degli estimi catastali ai valori
reali degli immobili del Centro storico è una cosa che ai cittadini come
lui fa perdere la fiducia nelle istituzioni. Non v'è difficoltà a dargli
ragione e ad aggiungere anche questo tema alla lunga lista della cose che,
nella nostra Città, alimentano nei cittadini il disincanto verso i
soggetti e i modi della gestione della cosa pubblica.
Però l'articolista, mentre esprime concetti di elementare buon senso,
tende a mettere alla berlina il residente, raffigurato come un tale che
pensa solo a trarre profitto dal proprio immobile. Ovviamente, come in
ogni altra parte della città ci saranno gli speculatori (pensiamo a quelli
che alla borgata Finocchio affittano a 250 euro a persona un letto in
stanze da 20 metri quadrati dove certi immigrati dormono in cinque) ma il
centro storico, per fortuna di tutti (tranne che dei gestori dei pub e dei
riciclatori di denaro sporco), è anche abitato da persone con un reddito
medio o basso che abita nella casa dove magari sono nate. La
semplificazione di Affinati non tiene conto oltretutto del fatto che il
Centro (almeno il 1° Municipio) è formato anche da zone meno prestigiose
di piazza Navona, come Testaccio o come l'Esquilino, dove persone di certo
non riconducibili al suo caricaturale cliché abitano in immobili già
classificati come A/2 (edilizia residenziale) benché assai meno sontuosi
di quelli da lui presi di mira.
L'Affinati sa certamente, almeno, che è compito dell'Amministrazione
provvedere all'aggiornamento e alla tenuta degli estimi; e che non può
certamente imputarsi alla responsabilità dei privati cittadini, ancorché
da ciò in qualche modo beneficiati, lo stato disastroso in cui
proverbialmente versa il catasto. Pare ovvio che occorrerebbe chieder
conto agli uffici del Comune, e non ai singoli "soggetti passivi"
dell'imposizione tributaria, dell'obsolescenza degli estimi catastali e
del loro mancato aggiornamento: fenomeno che riguarderà, si suppone, gli
immobili residenziali come quelli commerciali, rivalutatisi in misura
anche maggiore.
Non si comprende, pertanto, il motivo per cui nell'articolo si trae dalla
notoria inefficienza degli Enti preposti una sorta di disvalore morale e
lo si proietta, in modo indifferenziato e arbitrario, sui residenti del
Centro storico. A meno che non si sia voluto, in questo modo, contribuire
alla sempre più diffusa rappresentazione semplicistica e perfino
folkloristica dei residenti del Centro (i quali, chissà perché, stanno
sullo stomaco di molti da quando hanno incominciato ad adoperarsi per la
tutela dei prori diritti).
In realtà, qualsiasi volenteroso e disinteressato cronista potrebbe
attingere molti elementi (e in ciò potremmo aiutarlo) relativamente a
questioni dalle quali risulterebbe notevolmente ridimensionato lo schemino
ormai consueto del residente del Centro storico quale persona privilegiata
e perfino non paga della propria fortuna. Si tratta di questioni che
riguardano i diritti elementari e la qualità della vita dei cittadini -
dovunque essi abitino - e che a un osservatore sensibile apparirebbero
certamente in grado di scuotere la fiducia verso le istituzioni e
soprattutto verso chi le incarna.
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Contrordine e largo agli ambulanti
Luglio 2005
Il 14 luglio è data fatidica, che nel ricordo della presa della Bastiglia
può incoraggiare le iniziative più ardimentose e rivoluzionarie.
Presumibilmente inconsapevole della celebre ricorrenza, nella stessa data
una folta e variopinta rappresentanza dell'ambulantato romano ha preso
d'assedio ed espugnato l'Assessorato comunale al Commercio di Via dei
Cerchi.
La contestazione è stata motivata della decisione, assunta pochi giorni
prima in nome dell'interesse generale (come segnalato su queste pagine:
A proposito di sicurezza), di
allontanare di 200 metri i suk di bancarelle che, con i relativi
furgoni-deposito, si assiepano attorno ad alcune fermate della
metropolitana di Roma. A detta degli ambulanti, tale allontanamento
avrebbe limitato i loro affari proprio perché è disponendosi a ridosso (e
ad intralcio) dei flussi di traffico che si fanno maggiori guadagni. E
nessuno, in effetti, si sarebbe mai sognato di contrastare questa
consuetudine (men che meno chi avrebbe il dovere e il potere di farlo) in
nome di elementari regole di decoro urbano; ma è giunto l'allarme per la
possibilità di atti terroristici e, in nome della sicurezza, il
provvedimento s'è dovuto infine prendere.
Però, si sa come vanno le cose. Comune e Prefettura, messi di fronte ai
problemi e alle proprie responsabilità, prendono provvedimenti che a prima
vista possono apparire draconiani a quanti hanno potuto nel tempo
abituarsi a fare il loro comodo, e ritengono perciò di aver maturato il
diritto di proseguire a farlo. Ma, se si organizza una gazzarra di
protesta (come è già accaduto per la questione delle
bottiglie), gli stessi Uffici che hanno adottato
quella opportuna risoluzione saranno pronti a smussarla, attenuarla,
sostanzialmente a rimangiarsela; e presenteranno questa nuova decisione
non quale sconfessione degli indirizzi prima assunti bensì con
compiacimento, proponendola a modello di saggezza amministrativa, di
concertazione sociale, e di condivisione delle scelte.
E così è andata. La manifestazione di protesta degli ambulanti sembra
essersi rivelata alquanto "efficace" poiché l'affollamento dei numerosi
furgoni convergenti sull'Assessorato e disposti in doppia e tripla fila ha
determinato la paralisi del traffico in un ampio quadrante cittadino;
l'assedio è stato tolto non appena la già adottata misura sui 200 metri di
distanza dalle stazioni è stata modificata e ridotta a 20.
Sia detto incidentalmente: un osservatore ingenuo, o un forestiero,
potrebbero chiedersi come mai la ragione per la quale s'era prima adottato
il provvedimento - l'intralcio al traffico da parte degli ambulanti -
potesse servire poi a farlo sostanzialmente revocare. Ma, quando si tratta
di interessi organizzati che da tempo disegnano lo spazio pubblico
cittadino a loro piacimento, non c'è tempo per riflettere sui paradossi né
è il caso di fare gli ingenui.
E difatti chi doveva intendere, all'interno del palazzo dell'Assessorato,
ha inteso; il messaggio del resto era chiaro. A Roma, l'ambulante non si
tocca. Poco importa che sia autorizzato o meno (si stenta credere, ad
esempio, che un mercatino come quello della Piramide lo fosse): non c'è
ragione al mondo - non la sicurezza, figuriamoci il decoro - in ragione
della quale lo si possa tenere lontano dai punti nevralgici della mobilità
e dei percorsi monumentali, sia esso gelataio o porchettaro o rivenditore
di calzini o spacciatore di merci falsificate.
C'è anzi da sperare, a questo punto, che presto le bancarelle tornino
vicine alle stazioni e ai siti storici, intralciandoci il passo, occupando
i marciapiedi, ostruendo i varchi, oscurando le visuali: il ripristino del
caos e dell'abuso sarà l'indecoroso ma rassicurante segnale di un ritorno
alla normalità.
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A proposito di sicurezza
Luglio 2005
Dopo lo sgomento per i tragici fatti di Londra, dove il terrorismo ha brutalmente colpito la popolazione mirando ai mezzi del traporto pubblico e alle stazioni della metropolitana, è tornata a salire l'attenzione per le condizioni di sicurezza di alcuni punti nevralgici delle nostre città.
Viene spontanea, a questo riguardo, la constatazione che c'è voluta la minaccia delle bombe affinché si prendessero provvedimenti in relazione ai mercatini che a Roma sorgono in prossimità delle stazioni della metropolitana ostruendo il passaggio dei pedoni.
Si è letto, ad esempio, sui giornali che tra i "luoghi sensibili" ai fini della prevenzione di atti terroristici figurerebbe la stazione "Piramide" della Linea B metropolitana.
Ebbene, chiunque vi sia passato in questi anni ha potuto osservare (e lo documentiamo fotograficamente) le uscite di questa stazione permanentemente ostruite da bancarelle di ogni tipo e tali da intralciare il passaggio pedonale. Attorno alle bancarelle, inoltre, si è consentito che si formasse una "corona" di furgoni, talvolta disposti perfino in doppia fila; con il risultato di ingombrare anche la vicina fermata dei mezzi ATAC e con ricadute sul traffico dei mezzi pubblici, che dirigendosi verso la Stazione Ostiense solitamente invadevano la carreggiata in senso contrario per poter procedere.
Situazioni analoghe sono state finora tollerate in altri luoghi, come le stazioni Lepanto o Policlinico, con assoluta noncuranza da parte delle Autorità comunali per il disagio cos' determinato per la mobilità pedonale e per l'ordinaria sicurezza dei passanti.
Come sovente accade a Roma, è stato necessario che si verificassero condizioni di urgenza e di emergenza per l'adozione di provvedimenti di "normale" buon senso.
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Vuoti a perdere
Luglio 2005
Non può che destare perplessità la decisione del Prefetto di Roma di accordare la revoca dell'ordinanza concernente il divieto di vendere bevande in bottiglie di vetro, resasi necessaria, come si ricorderà, a seguito dei disordini verificatisi in alcune strade e piazze del Centro storico e nonostante gli esercenti avessero protestato la propria estraneità ai fenomeni di degrado che, in realtà, sempre di più prendono corpo intorno ai loro locali.
La perplessità è dovuta, oltre che all'intempestività della decisione di revoca, al fatto che essa è stata adottata - come riferiscono i giornali - dopo che gli esercenti hanno minacciato di chiudere a chiave i gabinetti dei loro locali per impedirne l'uso ai loro clienti. A nessuno pare sia venuto in mente che un tale proposito, se realizzato, avrebbe costituito una violazione dei più elementari requisiti igienico-sanitari al cui rispetto è condizionata ogni altra autorizzazione commerciale. O che, dinanzi ad una così triviale forma di protesta, sarebbe stato il caso di opporre una reazione ferma e adeguata, a tutela dell'interesse generale e in coerenza con i provvedimenti già adottati (peraltro di natura temporanea e di durata predeterminata).
Niente di tutto questo.
Di fronte alla terribile alternativa tra vesciche piene e vuoti a perdere, le Autorità non hanno esitato a trarre le proprie conclusioni con una rapidità degna di miglior causa, lasciando che si aggiungesse un ulteriore e poco edificante capitolo alla storia delle carenti iniziative (o, per meglio dire, delle omissioni) in materia di governo della Città e dei fenomeni che ne mettono ormai a rischio alcuni equilibri fondamentali.
La vicenda, che lede l'immagine della Città ad unilaterale vantaggio della "industria" della birra (in grado, oramai, di proclamare impunemente lo "sciopero della pipì"), è desolante perché dimostra il piano carente e perfino insulso sul quale pare svolgersi a Roma la riflessione sulla compatibilità tra le esigenze di vita quotidiana degli abitanti e gli abusi dello spazio pubblico che vengono perpetrati in nome della "vitalità" cittadina (ma, in verità, nel prevalente interesse di gruppi particolari).
Ne risultano, infatti:
(1) la sostanziale inadeguatezza del Comune, che non sa selezionare i propri interlocutori e finisce con il legittimare le più scomposte ed incivili iniziative che provengono da alcuni di loro;
(2) il carattere a dir poco farsesco conferito ai processi decisionali che riguardano la Città, dal momento che una ordinanza viene revocata esattamente per il motivo che essa ha funzionato e si è rilevata efficace;
(3) la disparità di trattamento che, nell'ambito di tali processi, viene fatta delle esigenze economiche di determinati gruppi (tenute in immediata considerazione) e dell'interesse generale al decoro, alla sicurezza e alla tranquillità (lasciato invece sullo sfondo), dal momento che la revoca dell'ordinanza viene motivata anche in base al fatto che nel frattempo non sarebbero più pervenute lamentele da parte dei residenti. Come se le Autorità, per prevenire fenomeni negativi e preservare l'equilibrio tra tutte le componenti della vita cittadina, avessero bisogno di ricevere puntuale denuncia (che peraltro non è mancata) della lesione dei diritti dei cittadini, trasformati in una sorta di "sceriffi" alle prese con l'illegalità che li circonda ed esposti al dileggio - se non anche alle ritorisioni - degli esercenti più borderline e degli interessi che stanno loro dietro;
(4) il superamento della concezione tradizionale di "avventore" e di "occupazione di suolo pubblico" per la quale si rilasciano le necessarie autorizzazioni amministrative. I gestori dei locali non si accontentano più, infatti, di avere all'esterno zone delimitate e destinate ai tavolini, ma vogliono che intere piazze e strade siano trasformate in vestiboli dei loro locali e lasciate a disposizione degli assembramenti di persone, dei cui comportamenti però nessuno degli esercenti può essere chiamato a rispondere. L'intero spazio pubblico, anche quello non espressamente autorizzato in occupazione, è così sostanzialmente "privatizzato", posto in rapporto di continuità con le aree in concessione ed asservito alla monocultura della "bevuta".
La decisione di revocare l'ordinanza, per i modi e per i contenuti, ha pertanto rappresentato - a nostro sommesso avviso - un significativo passo indietro rispetto agli annunciati, ma finora mai mantenuti, impegni del Comune per una corretta impostazione e soluzione dei problemi.
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ZTL: il merito e il metodo (e qualche omissione)
Maggio 2005
CIVES esprime la sua soddisfazione nel constatare che le Autorità Comunali hanno finalmente recepito la proposta di chiudere la ZTL del Centro Storico nelle ore notturne.
Se effettivamente applicato e fatto rispettare, il provvedimento (richiesto da una pluralità di associazioni e comitati, tra cui la stessa CIVES e il Comitato promotore di una petizione sul tema) va nella direzione del miglioramento della qualità della vita nel cuore della Città: alla cui vitalità, perseguita in anni recenti mediante indirizzi politico-amministrativi non sempre trasparenti e condivisibili, i Rioni del Centro pagano un tributo elevatissimo in termini di generale scadimento delle condizioni dei residenti.
Le associazioni civiche si augurano, inoltre, che la sperimentazione avviata possa evidenziare i miglioramenti da apportare al provvedimento, anche al fine di perseguirne l'armonizzazione con le misure di chiusura del traffico notturno previste in altre aree, come San Lorenzo e Trastevere.
Resta tuttora irrisolta - né sono alle viste iniziative al riguardo - la desolante situazione di Testaccio. Quante più misure opportunamente si adottano nei Rioni confinanti, allo scopo di contenere nelle ore serali e notturne il traffico privato e i disagi che ne derivano, tanto più si aggravano le già precarie condizioni dei residenti di Testaccio, i quali non hanno finora potuto ottenere neppure la ordinaria applicazione del codice della strada per scoraggiare la "sosta selvaggia" e gli altri abusi che si osservano quotidianamente. Appaiono, in questo caso, in tutta evidenza gli effetti prodotti dalla prepotenza di alcuni interessi privati e dalla compiacente disattenzione delle Autorità comunali sui più elementari principi della convivenza civile.
Al fine di contribuire con proposte e iniziative che rendano la sperimentazione più rispondente alle esigenze della città e dei suoi abitanti, le associazioni civiche aderenti a CIVES chiedono - oltre alla previsione di adeguate misure di tutela per le zone escluse dall'applicazione della ZTL -, di poter partecipare all'attività di verifica dell'andamento della sperimentazione stessa.
Ciò varrà a dimostrare che il dialogo avviato dal Comune di Roma non è stato un episodio sporadico, e a stabilire il principio che i cittadini non debbono essere esclusi - come prima d'ora è costantemente avvenuto - dall'elaborazione di decisioni che riguardano tutti, e non solamente le rappresentanze di esercenti e commercianti.
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Tavolini di Roma
Maggio 2005
I cittadini reagiscono al dilagare dei tavolini nelle strade e nelle piazze della Città e si oppongono alla crescente privatizzazione degli spazi pubblici con una iniziativa promossa dalla Rete Sociale Monti assieme ad altre associazioni del centro storico (Associazione Abitanti Centro Storico, Italia Nostra, Progetto Celio, Progetto Trastevere, Nuova Associazione di Via Vittoria).
Come si legge nel comunicato che annuncia la manifestazione (in programma domenica 29 maggio in Piazza Madonna dei Monti), "le occupazioni di suolo pubblico (OSP), siano esse autorizzate od abusive o autoincrementate (e arricchite di annessi e connessi: ombrelloni ben oltre i limiti dell'area permessa, ringhiere infisse a terra, passaggi pedonali o dei mezzi di emergenza ostruiti, pedane fisse ed invasive, altoparlanti, ecc.), ma comunque sempre fornite senza criteri legati alla vivibilità e ai caratteri dei luoghi nonché alle esigenze sociali locali, non costituiscono un problema in sé ma nella misura in cui impediscono lo svolgimento delle altre attività sociali, la vita collettiva che si svolge in questi luoghi, la libertà di fruirne da parte di tutti. E soprattutto nella misura in cui il loro "boom" nel centro storico ne ha stravolto non solo l'immagine, ma l'identità.
Sono espressione di un'idea crescente del centro storico come luogo destinato esclusivamente al commercio, al turismo, al tempo libero, al consumo, dove non c'è spazio per la quotidianità e la qualità della vita, dove non c'è spazio per la residenzialità. Depauperando quella qualità che fa così peculiare il centro storico di Roma e che permette quegli stessi profitti di cui vivono i proprietari dei "tavolini"; in una prospettiva di mcdonaldizzazione della città, sulla scia di quanto già avvenuto in altre importanti città d'arte come Venezia e Firenze, ormai scatole bellissime ma vuote".
E' scontata, e convinta, l'adesione di Cives, che non da oggi denuncia l'appropriazione del suolo pubblico.
Può lasciare perplessi, invece, l'adesione di Assessori comunali e di Presidenti di Municipio e la confusione di ruoli che ne deriva: non sono proprio loro che elaborano ed applicano le regole concernenti l'uso legittimo ed equilibrato dello spazio pubblico?
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Piazza Delle Coppelle a Roma: "Salotto della Città'" oppure Epicentro del degrado Urbano?
Maggio 2005
Mentre il delegato del Sindaco di Roma al decoro urbano, Luca Oudevaine, dichiara alla stampa che i residenti del Centro storico, essendo dei privilegiati, "devono sopportare qualche disagio", è stato diffuso dall'ADUC (http://www.aduc.it) un comunicato di cui non potremmo non condividere lo spirito e il contenuto, specie per quanto riguarda il riferimento alla carente politica del Comune di Roma concernente le licenze commerciali e l'affollamento di locali di intrattenimento in determinate zone della Città.
Sarebbe bene che le questioni relative al degrado urbano e, soprattutto, all'inquinamento acustico determinato da tale fenomeno fossero finalmente affrontate nei loro esatti termini e con strumenti culturali ed operativi adeguati, e non più affidate alle insipienti affermazioni di quanti, irresponsabilmente, vorrebbero considerare compensati gli asseriti "privilegi" dei residenti del Centro storico con i disagi che vengono loro fatti patire a causa di scelte dissennate degli Amministratori.
Il messaggio, in altre parole, è quello già formulato a suo tempo da altri, con maggiore arroganza ma forse anche con più onestà intellettuale: "se non vi sta bene andate a vivere all'Olgiata". E, volendo seguire il contorto ragionamento di Oudevaine, che cosa direbbe egli degli stessi fenomeni di degrado (ormai incompatibili con i più elementari diritti delle persone: al riposo, alla salute, alla mobilità perfino pedonale), quando essi si verificano in altre zone della Città assai meno "privilegiate", come ad esempio Testaccio o San Lorenzo? Con quali "privilegi", secondo la sua salomonica visione, dovrebbero essere stavolta compensati i disagi dei residenti?
La legalità, il buon governo, la sostenibilità di uno sviluppo consistente sulla concentrazione in pochi metri quadri di una "monocultura" di attività di somministrazione e di ristorazione, sono ovviamente questioni che non vanno di moda e hanno poca resa sul piano mediatico.
Sono questioni sulle quali difficilmente potrà esserci riferita una chiara, diretta ed impegnativa presa di posizione del nostro Sindaco in luogo delle amenità pronunciate dai suoi collaboratori...
ADUC - Piazza delle Coppelle: ovvero come si fa il danno e si chiede aiuto a papà. Piazza delle Coppelle a Roma e' una bellissima piazzetta a ridosso del Pantheon, sede di un antico mercato alimentare rionale e, da qualche anno, dimora di numerosi ristoranti e bar.
Qual'e' il problema? L'inquinamento acustico. Il vociare continuo, se non gli schiamazzi, durante e dopo l'apertura dei locali e fino ad ore tardissime, le due-tre di notte per intenderci, unito ai rumori delle bancarelle del mercato, che inizia a predisporsi alle cinque del mattino, rendono impossibile il sonno degli abitanti che, tra l'altro appartengono al mondo della politica e del giornalismo. Gli insonni protestano, giustamente. Cosa fare?
Oggi si svolge sul problema "Coppelle" addirittura un vertice per l'ordine pubblico e la sicurezza in Prefettura (si sa, le cariche contano).
Si invocano provvedimenti del Sindaco, il quale scarica la patata bollente sul Prefetto: e' un problema di ordine pubblico. Gia' ma chi ha dato le autorizzazioni per l'apertura di un numero spropositato di locali in una piazza di limitatissime estensioni?
Il Comune, ovviamente, il quale ha provocato il danno e ora invoca misure di polizia, cioe' chiede aiuto a papa'. Insomma nella piazzetta dovrebbero stazionare in permanenza agenti della Polizia di Stato (a proposito i Comuni non hanno la Polizia municipale?).
Si potrebbero ritirare le licenze, ma questo non e' possibile, si potrebbero chiudere i locali per un periodo di tempo, ma questo non risolve il problema di fondo, si potrebbe mettere un poliziotto per ogni avventore, ma questo sarebbe troppo costoso, si potrebbero invitare gli inquilini ad andarsene o a sopportare il disagio, ma questo sarebbe oltraggioso, si potrebbero invitare i residenti a predisporre finestre a prova di rumore, come quelle in uso negli alberghi aeroportuali, ma questo sarebbe oneroso e subito si reclamerebbero contributi pubblici ad hoc.
Oppure il Comune di Roma dovrebbe imparare a programmare gli insediamenti commerciali nei centri storici. Programmare? Che verbo e'?
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Attaccati alla bottiglia
Luglio 2004
L'Assessore capitolino al Commercio ha dovuto adottare, obtorto collo, un'ordinanza che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto porre rimedio ai disordini ripetutamente verificatisi a Campo de' Fiori, dove dopo una certa ora si improvvisano partite di pallone (di pallonate, per meglio dire) tra giovinastri in stato di ebbrezza, con conseguenti danni a cose e persone nonché lanci di bottiglie contro le forze dell'ordine, che in più d'una occasione hanno dovuto fare ricorso ai lacrimogeni.
Il provvedimento dell'Assessore consiste nel divieto agli esercenti, per un certo periodo e in determinati orari, di vendere bevande in bottiglia che non siano consumate negli stessi locali. Impugnato per difetto di motivazione dinanzi al TAR da Assovetro (evidentemente interessata allo smercio di bottiglie, quali che siano le conseguenze o le esigenze di interesse generale), il provvedimento è stato sospeso e poi reiterato dal Questore, stavolta con lo specifico fondamento della tutela dell'ordine pubblico.
Ne è seguito il solito piagnisteo degli esercenti, che sono andati dal Questore a perorare la loro causa (sempre la solita: le regole dirette a ripristinare la legalità sono di intralcio al nostro lavoro), e si sono contentati, per adesso, di essere stati ricevuti ed ascoltati.
Vicenda edificante, come ognun vede.
Non è dato capire se l'ordinanza sulle bottiglie (che ha avuto precedenti in Spagna dove il fenomeno del botellon ha avuto anche strascichi giudiziari, in particolare a Siviglia potrà avere efficacia. E' chiaro che si tratta di un palliativo, che per sua natura si colora inevitabilmente di paternalismo.
Ma altro non potevano fare gli Amministratori capitolini, i quali, come apprendisti stregoni, hanno consentito negli ultimi 10-15 anni che in alcune zone del Centro di Roma proliferassero e si concentrassero centinaia di locali dello stesso genere specie, tali da stravolgere il tessuto e i ritmi di interi quadranti della città.
Come un pesce carnivoro o una specie infestante lasciati crescere in un acquario o in un orto senza pensare ad equilibri che meritavano invece di essere tutelati, le attività commerciali fondate sulla somministrazione, nella indifferenza (per tacere d'altro) del Campidoglio e dei Municipi, hanno man mano scacciato ogni altra attività economica tradizionale o di vicinato, hanno stravolto il valore commerciale dei locali, hanno imposto ai residenti un ambiente di vita in cui sono quotidianamente e sistematicamente violati i più elementari diritti.
La debolezza culturale dei nostri Amministratori si palesa ogni volta che essi si mostrano condiscendenti e concilianti dinanzi alla grettezza e alla protervia di taluni esercenti (e di alcuni loro rappresentanti sindacali e referenti politici), per i quali, evidentemente, l'alone di degrado e di illegalità che si crea attorno a certi locali è un fatto coessenziale alla relative attività, è indice di modernità, è espressione di vitalità cittadina.
A fronte di fenomeni come quelli che si vorrebbero ora timidamente contrastare, la stessa "occupazione di suolo pubblico", come è stata finora intesa e praticata, rappresenta un istituto superato. Non occorre più prendere posto ai tavoli, regolari o abusivi che siano.Piazze intere sono ormai asservite all'interesse particolare di esercizi di somministrazione: basta sostarvi, a centinaia, con una bottiglia in mano (aspettando che l'atmosfera si scaldi e i più facinorosi diano inizio alla gazzarra) per essere avventori dell'unica grande bettola che sta diventando il Centro di Roma.
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Paragoni: Il Rumore della Grande Mela
Luglio 2004
Riproduciamo dal New York Times un articolo sull'inquinamento acustico nella città di New York e sul carattere prioritario assegnato dal Sindaco Bloomberg alle iniziative di contrasto di tale fenomeno, nel presupposto che abbia pesante incidenza sui livelli di qualità della vita.
An ambitious effort to bring succor to New Yorkers tortured by jackhammers, pounding music and the incessant jingles of ice cream trucks, the Bloomberg administration plans to overhaul the city's noise code for the first time in more than three decades, Mayor Michael R. Bloomberg said yesterday.
The proposed changes would affect a broad range of industries and would let police officers and others crack down on offenders by letting them use their own ears in most cases to judge what constitutes excessive noise, instead of depending on the cumbersome and often impractical noise meters now used to measure decibels.
That change alone would make it easier for the city's polic force and noise inspectors to take action against a broad array of noises that have long bedeviled New Yorkers: car alarms, loud motorcycles, vehicles with faulty mufflers and blaring radios.
The legislation contains 45 pages of painstaking detail about sound and its resulting fury, with many areas singled out for enforcement, including these:
Barking dogs would have 5 minutes to cease yapping at night, and 10 minutes during the day. (Currently there is no time limit.)
Roaring air conditioning units, now mostly exempt from noise laws when in clusters, would be subject to stricter standards.
Construction projects would most likely be curtailed on weekends and at night, and the industry would be asked to use equipment to reduce sound, like noise jackets for jackhammers.
Ice cream trucks, accustomed to inching down city streets bleating out-of-tune childhood ditties, would have to lose their soundtracks by 2006, replacing them with the little bells of yore. (Taco trucks would meet the same fate.)
Penalties for violations, which would not change, range from $45 to $25,000.
In stark contrast to the way Mr. Bloomberg has approached other legislation dear to his heart, he decided to consult with City Council leaders and potential opponents to generate support for his proposals, which could ease its passage into law. Among those he sought out for counsel were bar and
club owners and the construction industry.
In fact, nightclubs would be given something of a reprieve, as the law would allow them to fix noise problems for their first violation, rather than pay a $3,000 fine. Further, noise emanating from bars and restaurants must be heard from at least 15 feet away and through an open door to draw
enforcement action, which will curtail some of the subjectivity currently used in issuing violations.
At the same time, vibrations would also be subject to the proposed law. "We think it is a step in the right direction," said Robert Bookman, a lawyer for the New York Nightlife Association.
The legislation represents a continuation of Mr. Bloomberg's fixation with reducing one of the most chronic quality of life problems in the city. Noise is the still the No. 1 such complaint in New York, well ahead of complaints about landlords and blocked driveways; the city's 311 number receives roughly 1,000 calls about noise each day.
To deal with the problem, the Police Department initiated Operation Silent Night in 2002, singling out 24 high-noise neighborhoods throughout the city and employing intensive enforcement measures. Since its inception, the operation has resulted in 3,706 noise summonses and 33,996 Criminal Court
summonses, since noise violators are often charged with other crimes as well. "We knew all along that Silent Night was only a Band-Aid to a serious problem," Mr. Bloomberg said in a news conference yesterday in Astoria, Queens, explaining what led him to charge the Department of Environmental Protection, which enforces much of the noise code, with revising it. "Complaints about noise are not frivolous," Mr. Bloomberg said. "Noise
disturbs our sleep, prevents people from enjoying their time off work and too often leads to altercations when the police are called in. It can also produce serious hearing impairment, especially for those who work in noisy jobs."
In announcing the proposed rules, Mr. Bloomberg was joined by Mr. Bookman, of the Nightlife Association; the City Council speaker, Gifford Miller; Nancy B. Nadler, director of development for the League for the Hard of Hearing; and Francis X. McArdle, managing director of the General Contractors Association of New York.
Mr. Bloomberg's strategy of consulting potential opponents was a significant departure from the one he employed in announcing his plan to ban smoking in most city businesses: he left the Council more or less out of the loop, letting members learn about it in the newspapers. He also froze out adversaries of the bill, who blasted him for much of the next year.
"The approach of the administration to the nightlife industry has been 180 degrees different than it was on other issues," Mr. Bookman said. Mr. Miller said that while the Council would hold its usual hearings on the proposed regulations, he would support the bill.
The goal of the proposed legislation is to streamline some of the current laws and, in many cases, to toughen them to "preserve, protect and promote the public health, safety and welfare and the peace and quiet of the inhabitants of the city to prevent injury to human, plant and animal life and property," according to the legislation.
The administration defines offensive sounds as noises made between 10 p.m. and 7 a.m. that are seven decibels above the surrounding sound of an area.
Between 7 a.m. and 10 p.m., the threshold would rise to 10 decibels above the ambient noise of an area - noise that is, say, louder than the din on an elevated subway platform or substantially louder than the sounds heard at any normal Manhattan intersection.
The city would still use electronic meters when police officers and noise inspectors from the Department of Environmental Protection are called to scenes of noise. However, if inspectors or police officers heard noise that was "plainly audible," emanating from, say, a boom box, a motorcycle or a nightclub with its door open, they would have the discretion to write a
ticket without having to use the meter, which is now required.
Many details still appear subject to negotiation with the City Council, such as the how to quiet pile drivers at a construction site, or faulty mufflers on cars.
But apartment dwellers who live next to nightclubs and are tormented by the thudding bass of rock bands will appreciate the addition of "bass level vibrations" to the list of recognized noise.
"It is not necessary for such person to determine the title, specific words or artist of such music," reads the proposed law, which could come as a relief to complainants unable to tell Courtney Love from Avril Lavigne.
Copyright 2004 The New York Times Company
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La fine dei tessuti storici
Riproduciamo dalle pagine di cronaca romana del Corriere della Sera l'articolo di Giuseppe Strappa.
Se si distruggesse un monumento romano insorgerebbe l'intero mondo della cultura. Eppure si sta irresponsabilmente cancellando, nel silenzio di chi dovrebbe intervenire, molto di più: il palinsesto dei nostri tessuti storici, che ancora oggi permette di ripercorrere le leggi formative di una grande civiltà urbana, si va trasformando in un groviglio di segni ignaro di ogni ordine e quindi di forma.
Come una calamità biblica, le trasformazioni dei locali per divertimento si insinuano ormai in ogni spazio libero, rifluiscono negli antichi interrati, tracimano nei piani alti distruggendo il carattere dell'edilizia storica, esito ed espressione di una secolare, amorosa corrispondenza tra individuo e architettura.
Una spallata dopo l'altra (una fila di fioriere in plastica ieri, una recinzione in alluminio anodizzato oggi,) stanno sparendo anche marciapiedi, luoghi di sosta, le stesse piazze.
Spazi pretesi con arroganza per i quali la delibera sulle piazze-salotto si annuncia come un insperato, disastroso condono.
Le aree pubbliche di piazza Campo de'Fiori sono divenuti tanto saldamente proprietà privata dei gestori di pub che la sera vi compare il Televisore: come nel salotto di casa, come un totem che segnali un'appartenenza. E intanto nei vicoli vicini dilagano nuovi locali, si consolidano appropriazioni, arroccamenti, conquiste.
Pensando di usare un'iperbole, Valerio Magrelli si chiedeva in proposito, qualche giorno fa, "quando partiremo con i ponti levatoi". Eppure, di fronte ai portenti che ogni giorno si producono nel nostro centro storico, non c'è iperbole che tenga: i ponti levatoi sono già tra noi.
Come chiamare altrimenti, ad esempio, la pedana che da qualche giorno isola il locale all'ingresso di via S. Maria in Monticelli? La strettoia a ridosso di piazza Cairoli è sempre stata un piccolo inferno per gli umani che tentavano di superarla. Ma ora dal pub che occupa uno degli angoli della strada, è stato gettato un ponte/podio a difesa dalle auto, riducendo ancora la carreggiata e consegnando gli sventurati pedoni direttamente in pasto al traffico.
Chi specula sulla dilapidazione del nostro patrimonio storico va ripetendo che è, questo, l'inevitabile portato della condizione contemporanea.
Credo che si tratti, al contrario, di una rovinosa regressione, di un nuovo medioevo barbarico dove spazi pubblici ed edifici, ridotti a merce, si lacerano e si riaggregano obbedendo ad una sola, selvaggia ansia di impossessamento.
E contro la catastrofe incombente si ergono, possenti e surreali, le rivelazioni mediatiche del nostro Assessore ai Commercianti, che annuncia da anni l'imminenza di un centro storico operoso e felice: eco di un mondo distratto da interessi di categoria, lontano da problemi reali e condivisi. I quali appaiono in tutta la loro concreta evidenza a chiunque visiti i rioni intorno Campo de' Fiori (Regola, Parione, S.Eustachio), dove continuano a fervere, incessanti e furiosamente refrattari ad ogni annunciazione, i lavori di distruzione.
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Risse e occasioni perdute
Maggio 2004
Riproduciamo, per la cortese disponibilità dell'Autore, un articolo apparso recentemente sulla cronaca romana del "Corriere della Sera", sulla situazione di Campo de' Fiori e delle periferie romane.
di GIUSEPPE STRAPPA
Le risse di Campo de' Fiori e le strade deserte alle nove di sera della periferia abbandonata alle rapine: due facce di una stessa, insensata medaglia, aspetti complementari di una metropoli che si frammenta in settori specializzati (i quartieri dormitorio, le aree commerciali, i luoghi del divertimento) secondo un processo iniziato nel dopoguerra che ha raggiunto, in questi anni, la sua fase parossistica. La piazza italiana, organica e solare, ha costituito per secoli il nodo simbolico intorno al quale ruotava la vita e la coscienza civile della città.
Componente tra le più originali ed esportate della nostra arte di costruire lo spazio urbano, essa è stata un modello durevole, anche nel cuore della modernità, per generazioni d'architetti di ogni paese.
Il pub costituisce, invece, l'espressione di una socialità nordeuropea, di una forma d'aggregazione ritualizzata e seriale che si celebra nello spazio chiuso, intorno ad una bottiglia di birra, dove all'alcool è assegnato il ruolo fondamentale di sciogliere le lingue e gli animi.
Chi conosce le città anglosassoni sa come la sbronza sia spesso parte costituente di questo rito, ma anche come consolidati meccanismi di autoregolazione ne frenino gli eccessi.
Non era difficile prevedere come mettere insieme le due cose, trasformare una piazza mediterranea come Campo de' Fiori in un solo, gigantesco pub, avrebbe prodotto effetti devastanti.
Ridurre, dunque, le risse di Campo de' Fiori a mero problema di ordine pubblico, sbandierare la sostituzione delle bottiglie di birra con bicchieri di carta come soluzione alle violenze, significa voler confondere gli effetti con le cause. Si finge di non capire qual è il vero problema, che pure è sotto gli occhi di tutti: la folle concentrazione e la volgare, inarrestabile proliferazione di pub e locali per divertimento (aperti in barba ad ogni delibera e regolamento) che ha avuto come indotto non solo la cancellazione del commercio tradizionale e la distruzione del carattere degli edifici, ma anche la dilapidazione di un patrimonio di civiltà urbana che ha avuto bisogno di secoli per formarsi e crescere.
Una trasformazione che nulla ha a che vedere con la modernizzazione, come vorrebbero i portavoce delle rapaci lobby che si arricchiscono sulla distruzione del nostro centro storico.
Si tratta al contrario, altra faccia della medaglia, di un processo di concentrazione irrazionale che finisce per svuotare le periferie di risorse che potrebbero contribuire ad arginarne il degrado.
Le ribellioni senza oggetto contro le forze dell'ordine a Campo de' Fiori, almeno per quelli della mia generazione che hanno vissuto ben diverse ribellioni, sono in realtà la testimonianza di un vuoto civile puntualmente rispecchiato dallo sfascio edilizio.La piazza romana, il cui sviluppo moderno avrebbe potuto costituire uno straordinario, originale contributo alla formazione della città europea, si va così trasformando in paesaggio convenzionale, omologato ai più triti stereotipi del divertimento globalizzato.
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Quale futuro per la città storica?
La vitalità non deve danneggiarne la vivibilità
Per iniziativa della sezione DS di Via dei Giubbonari, è stato promosso un ciclo di incontri con i cittadini, invitati a partecipare ad un dibattito sulla situazione del Centro storico di Roma.
CIVES ha preso parte ad alcuni incontri con i propri esponenti. In uno dei primi interventi, è stato chiarito il senso della partecipazione dell'Associazione .
Guardiamo con favore a questa attenzione manifestata in sede politica verso un fenomeno che affligge una parte rilevante della città ed è ormai, evidentemente, sfuggito di mano a chi ha in vario modo contribuito ad innescarlo.
Guardiamo con favore ma, dobbiamo dire, anche con una certa cautela.
Infatti l'esperienza maturata nei rapporti tra associazioni civiche e politica organizzata fa dire che l'attenzione della seconda verso le prime dipende, in grado di intensità, da fatti contingenti o da scadenze elettorali.
Si vuole tuttavia pensare, costruttivamente, che vi sia un terreno di incontro dove la politica ritrovi la sua profonda ragion d'essere, la sua radice propriamente civica, e che su questo si possano avviare e mantenere rapporti di proficua collaborazione, nella distinzione dei ruoli diversi.
Di questo terreno vorremmo però fissare alcuni paletti, affinché il dibattito non torni a svolgersi su binari consueti e per noi sicuramente superati.
Il dibattito sul tema della vita notturna della città, le attività economiche correlate e la tutela della quiete si è svolto, in questi anni, sulla base di un presupposto che oggi, nella attuale situazione di degrado diffuso, non tiene più.
Il presupposto è che vi siano in questa città interessi contrapposti, entrambi meritevoli di tutela e da contemperare tra loro: quello, da una parte, alla vitalità della città e quello alla vivibilità della città.
Che esista una pluralità di esigenze e di comportamenti parrebbe fin troppo ovvio: ma non si è praticamente fatto un passo avanti da questa constatazione così elementare; si è perso molto tempo; e noi ormai dubitiamo che la realtà possa descriversi riduttivamente in quei termini.
La contrapposizione tra questi interessi è stata, infatti, evocata spesso ad arte - con un'operazione culturalmente di infimo livello per una città che si vuole "europea", e politicamente spregiudicata - e dipinta a tinte folkloristiche, come se la questione potesse ridursi ad una diatriba da cortile tra "quelli che vogliono divertirsi" e "quelli che vogliono dormire".
Il presupposto che vi sia un conflitto di difficile composizione tra vitalità e vivibilità della città e in larga parte falso, ed è servito ad eludere alcuni nodi fondamentali.
Esso, in realtà, è servito a mascherare, nella migliore delle ipotesi, un certo ritardo culturale della politica organizzata sui temi che stasera discutiamo e, in una ipotesi meno buona - senza menzionare la peggiore -, a nascondere l'ipocrisia di larga parte della classe politica locale.
Una classe politica che non ha saputo o voluto contenere la brama di denaro di cui è stata ed è tuttora portatrice una parte consistente del commercio romano, la quale non ammette intralci di sorta e vede in ogni misura di tutela dei residenti un fattore di rallentamento del ritmo degli affari; che non ha saputo o voluto contenere l'influenza delle organizzazioni sindacali degli esercenti sulle decisioni pubbliche che interessano tutti i cittadini e che disegnano la stessa fisionomia della città; che non ha saputo o voluto dotare delle necessarie risorse, della cosiddetta "copertura amministrativa", gli Uffici comunali per far fronte alle inevitabili conseguenze portate dal fenomeno di cui parliamo in termini di degrado, di illegalità, di decadimento delle condizioni di vita.
Di questa pretesa contrapposizione si sono date anche rappresentazioni indegne, ora come se fosse una specie di fenomeno o di calamità naturale di fronte a cui l'uomo può poco o nulla; ora come una tendenza moderna, innovativa, da agevolare e da non imbrigliare in alcun modo: chi avesse voluto farlo sarebbe stato additato come "passatista", oppure come museificatore del Centro storico.
E' tempo che questa pretesa contrapposizione tra residenti e resto del mondo venga lasciata alle spalle, e accantonata una volta per tutte per esaminare la questione nei suoi esatti termini.
La verità è che vi è stata, in questi anni, una enorme traslazione di costi, indirettamente, sulla collettività - e direttamente sui residenti - a seguito di scelte che si sono compiute nella totale assenza di misure volte a far sostenere agli esercenti i loro costi d'impresa e di correttivi predisposti per tutelare i residenti: i quali, è bene chiarire, sono non soltanto portatori di interessi diffusi, ma di diritti soggettivi - primo fra tutti quello alla salute - che hanno certamente rango diverso e superiore rispetto agli interessi economici o all'uso del tempo libero.
Non ci si è resi conto che, quanto più si eludeva questo nodo essenziale della questione e si ometteva di predisporre le contromisure necessarie, quanto più prendevano piede il degrado e la volgarità di cui troppi locali e pub a Roma sono ormai i catalizzatori, tanto più il prezzo pagato dai cittadini appariva pagato non certo per interessi generali, ma per futili motivi.
I residenti hanno sostenuto questi costi, hanno preso coscienza di averli sostenuti, e in molti casi si accingono ora a recuperarli instaurando un contenzioso con il Comune.
Non crediamo che questo sia un buon risultato per chi governa la Città.
E' ora di chiedersi: chi è che vuole fare del Centro di Roma un "Museo"? I residenti che chiedono la tutela delle condizioni elementari per continuare a viverci, o determinate attività commerciali che, pompate dal denaro e a loro volta fonti di facile profitto, espellono ogni altra attività tradizionale e sfigurano il Centro? Non sono forse questa attività che, per la loro concentrazione e per le modalità del loro esercizio, sono ormai incompatibili con la vita residenziale, e tendono a trasformare - se ne vedono già i segni - le nostre strade in una specie di fondale finto, di quinta posticcia per il consumo?
Può sembrarvi paradossale, ma noi crediamo che sulla base dell'esperienza di questi anni i termini del problema debbano essere ormai impostati diversamente, e vi chiediamo: deve ritenersi meritevole di tutela una campagna di penetrazione commerciale come quella portata avanti a Roma dai produttori ed importatori di birra, che da tempo hanno individuato nel mercato italiano uno sbocco commerciale su cui concentrarsi?
E' davvero meritevole di tutela l'insediarsi di attività che soffocano tutte le altre, come una specie di monocoltura, o una specie predatrice immessa in un habitat in cui nient'altro riesce più a sopravvivere?
Se dovessimo attenerci a quella impostazione fasulla che di questi temi è stata fatta durante l'ultimo decennio - quella basata sulla contrapposizione di interessi - potremmo addirittura spingerci addirittura a domandarvi, rischiando di fare la parte dei moralisti:
E' meritevole di tutela lo stile di vita che viene incentivato tra i giovani dal dilagare di attività commerciali fondate sul bere?
Ha qualcosa a che fare con la cultura e l'armoniosa convivenza questa circolazione notturna di gente che si riempie la vescica per poi vuotarla contro le nostre case?
Non deve preoccupare l'incremento del consumo di alcolici tra i giovani rilevato, da ultimo, dall'Istat?
Non è tutto ciò un fattore di ritardo rispetto a comportamenti che, a tacere dell'ordine pubblico, in varie sedi vengono indicati come necessari per lo sviluppo del Paese, come il metter su famiglia, fare figli?
Vedete dove potrebbe portare un esame della questione condotto sul filo di una sterile, quanto infondata contrapposizione di interessi o di stili di vita.
Non è nostro compito giudicare le scelte individuali delle persone, non siamo inclini né a forme di neo-probizionismo né a provvedimenti restrittivi di comportamenti individuali e dettati da intenti paternalistici (neanche saremmo culturalmente attrezzati a far ciò).
Quello che possiamo dire, ed è sotto gli occhi di tutti, è che se esisteva un equilibrio tra esigenze diverse, ed egualmente legittime, relative agli usi possibili della Città, questo equilibrio è saltato.
Al punto che oggi la questione non è più quella della conciliazione tra i diversi usi della Città, ma quella dell'abuso che viene fatto di alcune strade e Rioni a detrimento della destinazione residenziale; il tessuto economico tradizionale è stato stravolto da attività che scacciano le altre e insediano il consumismo; la stessa fisionomia cittadina rischia di perdere i suoi connotati per assumerne altri, omologati e banalizzati da un'offerta commerciale uniforme e anche di livello scadente.
Da luogo elettivo dell'integrazione e della creatività la Città che noi abbiamo conosciuto sta divenendo un campo occupato da forze disgregatrici, quali sono certe attività commerciali alle quali è di fatto consentito di produrre attorno a sé un alone di degrado.
Se non vi sarà una inversione di tendenza (fatta non di annunci, ma di provvedimenti puntuali e ben congegnati, di adeguamenti della macchina amministrativa comunale e municipale) i residenti dovranno prendere atto che il ceto politico non è in grado di interpretare il loro malessere.
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